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Le subdole implicazioni economico-sociali all’ombra del fenomeno Vegan

Dopo diversi anni di osservazione dell’andamento del mercato e dopo differenti confronti faccia a faccia con le persone che incontro e che m’insegnano qualcosa in più ai miei corsi di formazione in tutta Italia, credo sia giunto il momento di esprimere il pensiero riguardo una faccenda sottovalutata, ma che in verità sta imperversando silenziosa e con un risvolto negativo sulla popolazione mondiale in modo subdolo per mezzo dell’economia alimentare.

Il tema di questa osservazione è il boom del fenomeno Vegan e le subdole implicazioni economico-sociali all’ombra di esso.


I SEMI DELLA NUOVA SCHIAVITU’ ECONOMICA E SOCIALE

Fino a dieci, quindici anni fa, essere vegani o vegetariani, significava scegliere di non cibarsi di carne e alimenti di origine animale. Ma tale scelta non si limitava semplicemente nel togliere alcuni alimenti dalla propria dieta quotidiana, ma anche di integrarla alla propria consapevolezza nel vivere, evitando, cioè rinunciando il più possibile a qualsiasi elemento nel proprio stile di vita che potesse nuocere a noi stessi, all’ambiente, agli animali e all’economia mondiale.

Dal 2006-2007 ci fu il boom dei documentari e report di vegani di tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti, che dal mondo dello spettacolo, del cinema e della stampa, hanno manifestato una posizione sociale ben precisa per salvaguardare questi valori importanti del benessere comune.

Poco tempo più tardi il veganesimo da scelta alimentare, si è tramutata in un partito politico o quasi un ordine militare in difesa del mondo animale con campagne internazionali ossessive compulsive e nevrotiche, a causa della sofferenza che provavano senza meditarci sopra. La morte animale per l’industria tessile, alimentare o altro.. perdendo di vista il rispetto per le scelte del prossimo, e che i principi del veganesimo provengono non solo dalla non violenza, ma anche nell’accogliere senza giudizio la vita così com’è.

La vita è fatta di amore, gioia, benessere e luce ma anche di odio, depressione, malessere fisico e mentale e oscurità. La nostra vita è ciò che scegliamo che debba essere, ma non possiamo modificare la vita degli altri.

Purtroppo non possiamo fare nulla fisicamente per i bambini che muoiono durante una guerra in Africa o Medio-Oriente e nemmeno per il maiale che viene trucidato in un mattatoio in Messico piuttosto che per la gallina sgozzata dalla contadina nella provincia dove abitiamo. Per quanto fortemente lo desideriamo, causa la profonda empatia e sofferenza che proviamo per quelle vittime, prossime alla morte, bisogna imparare ad accettare che non potremo mai salvarle. Se però vogliamo, nel nostro piccolo, per quanto possibile, contribuire positivamente alla vita e benessere di tutti gli esseri senzienti, l’unica cosa che ci rimane da fare è da una parte quella di accettare le cose così come sono, non con depressione e nichilismo ma con amore e spaziosità interiori; dall’altra parte amare noi stessi e tutto ciò che ci circonda: avere cura delle piante aromatiche sul nostro balcone, le verdure nell’orto, prendersi cura dei propri animali domestici e soprattutto creare buone relazioni con i nostri amici, parenti, vicini di casa, e colleghi di lavoro. Sembra poco. Ma non è poco. Se creiamo benessere dentro e fuori di noi, stiamo facendo molto più di quanto crediamo. Il mondo in quel momento esatto sta già cambiando con enormi sviluppi positivi.


LA NASCITA DEI PARTITI POLITICI: CARNIVORI VS. VEGANI

I cambiamenti globali richiedono anni, decadi, secoli, millenni di sviluppo della coscienza umana sia individuale che collettiva. Perciò più fretta e veemenza abbiamo nel lottare con rabbia nella direzione di qualcosa che vogliamo cambiare, e maggiore sarà dall’altra parte lo sviluppo della resistenza ad impedire qualsiasi cambiamento con l’unico vantaggio di provocare la conservare di quello status-quo senza il ben che minimo sbilanciamento. Da sofferenza nasce sofferenza, da amore nasce amore. Non si scappa.

Covare rabbia per l’assassino equivale a mettersi al suo livello e produrre sofferenza a nostra volta tramite l’espansione di quell’emozione negativa dentro e fuori di noi. Non siamo consapevoli che stiamo covando rabbia per una persona che soffre e che ha provocato sofferenza. Oppure, ancora peggio, ne siamo consapevoli e lo facciamo comunque.

Ad un certo punto, attraverso i social networks, qualche anno fa è nato l’ego-vegano-eroe-salvatore-del-mondo. Masse di persone che con le loro attività su internet hanno preso una posizione bellicosa nei confronti di chi commette omicidio di animali innocenti. Creando pagine, gruppi e blog con centinaia di migliaia di followers, tutti aggregati ad esprimere rabbia, risentimento e sofferenza per persone che provano rabbia, risentimento e sofferenza. Eccellente direi.

Senza nemmeno rendersene conto, quella massa di individui ha provocato la nascita di un fenomeno sociale evidente, e percepibile ovunque: al lavoro, in famiglia, nei supermercati, per tv, ovunque..
Ora da una parte era nato il partito dei carnivori: con il timore che i vegani vogliano togliergli la carne.
Dall’altra parte il partito dei vegani: con il timore che il mercato della carne non avrà mai fine, e l’assoluta convinzione che la morte animale debba fermarsi una volta per tutte.

Ego, conflitto, sconforto, attaccamento, giudizio. Ignoranza.
Come si può anche lontanamente pensare di poter cambiare o migliorare il mondo se ci mangiamo a vicenda?
Un vegano si siede a tavola con una persona che sceglie di mangiare un piatto di carne, giudica e viene giudicato. Per il vegano chi mangia carne è un carnivoro (anche se mangia anche verdura, frutta e legumi, nonchè uova e latticini). Per il carnivoro il vegano è un mangia-erba (anche se la sua alimentazione è priva di erba e talmente varia da far girare la testa, data l’ampia conoscenza del mondo vegetale).

Avviene una complicazione contorta dell’esperienza dello stare a tavola e si dimentica lo scopo dell’atto stesso di stare a tavola: nutrire il proprio corpo e condividere il pasto.
La fame di rabbia per la persona diversa è talmente grande da impedirci di nutrire il nostro corpo adeguatamente, che si tratti di carne o fagioli, non importa. La prima cosa che dobbiamo imparare a nutrire prima di sederci a tavola è il nostro cuore con gentilezza, condivisione, amore.

Anche se chi mangia carne ci tocca l’ego dobbiamo imparare a lasciare andare. Soltanto in questo modo, chi mangia carne, nella spaziosità che andremo a creare, col sorriso e con accettazione lo aiuteremo ad aprire il suo cuore e magari cambiare le proprie abitudini, come abbiamo fatto noi in passato quando abbiamo scelto di non cibarci di carne. Però dobbiamo anche mettere in conto che il fatto che ciò avvenga non è obbligatorio e nemmeno scontato. Se quella persona vorrà farlo, sarà perchè nel suo percorso esistenziale ha compreso qualcosa, gli è scattata una scintilla, ha deciso di cambiare direzione. Ma sarà la sua consapevolezza a suggerirglielo, non la nostra rabbia, nemmeno il nostro giudizio.
Cosa proviamo quando ci giudicano mentre mangiamo l’insalata, il risotto con le verdure o una minestra di legumi? Non siamo certamente tranquilli, nè contenti. Ma proviamo sconforto, fastidio. Per questo motivo non dobbiamo fare lo stesso.


LA NASCITA DELLE AZIENDE PRO-VEGAN DEI NON-VEGAN

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Disegno di Steve Cutts – stevecutts.com


A seguito dello sviluppo dell’ego-vegano-eroe-salvatore-del-mondo e dei partiti vegan e quello carnivoro, sono nate le prime aziende di non-vegani (semplici uomini d’affari, non interessati all’ambiente e agli animali e nemmeno alla salute) che hanno nasato il bussiness nel junk food a marchio Vegan.

Una decina d’anni fa la massa di consumatori consapevoli (vegano o meno) si stava spostando dai supermercati della GDO a quelli biologici in quanto l’offerta commerciale soddisfava a pieno le esigenze di quel tipo di consumatori, facendoli sentire coccolati, soddisfatti e dando anche un senso di sicurezza, insomma, soddisfando quasi tutte e cinque le motivazioni d’acquisto, un successo enorme. Introiti di fatturato in enorme aumento, considerando che quei prodotti non costano nemmeno poco.

Pertanto, imprenditori di ogni genere, molto lontani dall’essere vegani, animalisti, o ambientalisti ecc.. ma semplicemente uomini consapevoli di come si dev’essere competitivi sul mercato, hanno cominciato ad investire centinaia di migliaia di euro per produrre cibo da scaffale, da frigo e da surgelatore, anche biologici, ma junk, composti da sostanze estratte chimicamente da alimenti naturali come verdure, tuberi, cereali e legumi per produrre un finto formaggio, una finta ricotta, una finta carne, una finta salsiccia vegetale e anche una finta cotoletta. Gli ingredienti di questi “alimenti” sono  spesso farine, amido di patate, fibre, soia ristrutturata, proteine modificate di tuberi o legumi, ecc ecc e si può continuare con lunghi elenchi.. In pratica ingredienti con valore nutritivo equivalente a zero per il corpo umano.

Il corpo umano ha necessità di proteine, vitamine, sali minerali, carboidrati, fibra ed antiossidanti, ma da frutta e verdura integra e naturale, perchè contengono gli enzimi necessari a rendere biodisponibili gli stessi nutrienti.
Nel frattempo la GDO si è svegliata fuori, e si è domandata:
“che diavolo! lo fanno loro e non possiamo farlo noi che abbiamo negozi molto più grandi, molto più diffusi e con molti più strumenti per realizzarli??”

Ecco qua l’inizio del vero e proprio BOOM VEGAN che ha provocato il cambio di paradigma: la scelta vegana ora (tendenzialmente) non è più la scelta di coloro che hanno scelto il benessere, ma di coloro che hanno scelto il consumismo-B di nuova generazione.

La scelta vegan inizialmente, fino ad una quindicina d’anni fa, con radici antiche nella medicina, nella scienza e nella filosofia, aveva anche tra i principi quello di acquistare nel minimo indispensabile tutti i prodotti inscatolati, industriali, come evitare di mangiare il pomodoro in barattolo tutto l’anno, o di acquistare i legumi e cereali precotti o verdure e frutta fuori stagione surgelati.

Ora invece per la maggior parte, la scelta vegan è diventata una scelta poco consapevole, poco responsabile e anche dannosa per l’ambiente e l’economia, non diversa, o addirittura peggiore di chi mangia molta carne.
Nella GDO troviamo ormai banchi da frigo e di secco completamente bio e vegan, e in certi casi addirittura una corsia dedicata al bio, al vegan ed al glutenfree.
Qualcuno penserà: “Wow, ci stiamo evolvendo, rispettano le scelte salutistiche, e anche i grandi supermercati hanno capito l’importanza del benessere.”
Sui social networks sono diversi anni che osservo molta gente, soprattutto tra i giovani, ragazzi e ragazze, esaltare questo fatto. Esclamando: “Wow, un banco frigo vegan, tutto per noi, finalmente mangiamo qualcosa, finalmente è pieno di prodotti vegan, wow, vegan, vegan, vegan…”

Ignoranti, completamente accecati dall’ossessione e dalla nevrosi di non mangiar carne e della violenza sugli animali, che non si accorgono nemmeno di essere vittime di un mercato che schiavizza le loro menti per acquistare cibo spazzatura con un altro abito. Non si tratta più di McDonald’s, ma di Vegan junk-food. Cotolette di soia o di spinaci, con fibra modificata biologica e farine destrutturate con amido di patata, tutto assolutamente biologico, ma privo di una sola sostanza utile all’organismo umano, e soprattutto contro ogni rispetto dell’ambiente.

Si leggono anche commenti orgogliosi come: “che bontà infinita, ho mangiato questa finta ricotta!” con un seguito di ben centinaia di commenti che ringraziano e fanno una statua a chi ha scoperta questo junk-food dalle inesistenti proprietà nutrizionali e gastronomiche.

Tanto varrebbe mangiare la carne, almeno la carne possiede le proteine, le vitamine, i sali minerali e gli enzimi necessari al corpo umano.
E’ assolutamente insensato e controproducente togliere la carne dalla propria dieta e integrare con questi finti alimenti.
Quella junk-ricotta-vegan è alla pari delle french-fries del McDonald’s, che paradossalmente con l’attuale e ampia offerta di menu vegetariano da qualche tempo, offre cibo più salutare dei marchi bio-junk-vegan presenti nella GDO.

Il punto cruciale è che il bancone dell’ortofrutta è da ben prima del boom Vegan sugli scaffali, la base fondamentale non solo della stessa dieta vegana ma della nutrizione umana in generale, ed invece si esaltano i prodotti industriali junk-vegan da frigo.

Esattamente come accade nel mondo dei prodotti gluten-free.
C’è qualcuno che legge le etichette? Il 90% di quegli ingredienti non è naturale, ed ha un costo esorbitante. In pratica si paga l’immondizia come fossero diamanti e se ne esalta la mancanza totale di luce come fosse il sole che splende. Un’inconcepibile assurdità. Ma che avviene tutti i giorni in tutte le parti del mondo globalizzate, e da molti anni.

Questi sono alimenti che per moda sviluppano ignoranza nutrizionale e problemi di salute. Finchè acquisteremo questi prodotti alimentari e ne elogeremo superficialmente solo per la gradevole sapidità, allora esisteranno medici o giornalisti che avranno oggetto di discussione in merito alla non salubrità di una dieta vegana. Vegano così, dal punto di vista sociologico assume il significato di consumatore pecora ignorante denutrito, e non di persona che con consapevolezza si nutre di alimenti di origine vegetale, nel rispetto della stagione, della natura e con alto tasso nutritivo.

C’è addirittura chi, stando sulla difensiva, scrive sui social qualcosa come: “..ma io questi finti alimenti li mangio solamente una volta al mese, cosa vuoi che sia, una tragedia??”
Se fossimo in quattro gatti a consumarli, l’azienda produttrice fallirebbe, ed invece da una gamma di due referenze, ogni anno aumenta, da due a cinque e da cinque a dieci referenze, proprio perchè il prodotto viene consumato ed esaltato. Inoltre grazie a questi commenti così superficiali, di fatto produciamo marketing gratuito per delle aziende che dell’ambiente e della dieta umana non interessa nulla.

Facendo poi un paio di calcoli, anche se acquistati una sola volta al mese, moltiplicato per 12 mesi e per 2-3€ a pezzo, e per un milione di persone, arriviamo a creare un fatturato a oltre 30 milioni di euro. Numero forse esagerato rispetto ai reali introiti finanziari di quelle aziende, ma che considero appositamente per cercare di stimolare delle riflessioni con una visione d’insieme.
Nel frattempo, pochi o nessuno si sta accorgendo che mentre da una parte sale l’industria del junk-vegan-bio-food da scaffale, falliscono le aziende agricole, che sono (o per lo meno erano) le basi di sussistenza della qualità nutrizionale umana nel nostro Paese. Grazie al cielo oramai la gran maggior parte dei grandi Chef sottolineano l’importanza della stagionalità e della materia prima di qualità, e invece di servirsi dai grossisti, cercano di lavorare a stretto contatto con i prodotti della terra e con gli animali allevati, in modo da creare una sinergia positiva tra chi lavora con questi prodotti, chi li trasforma e chi li consuma.

In conclusione il fulcro della questione si sviluppa nei seguenti punti:
– concentrati sulla tua scelta consapevole individuale, non ti curar della scelta altrui, offri il tuo esempio e lascia il tempo agli altri di comprendere con la propria testa ed il proprio cuore, con pazienza. Ciò produrrà enormi sviluppi positivi a te, a quella persona ed all’economia.
– se chi pratica la violenza ti provoca sofferenza e disappunto, tu fa l’opposto, ma non entrare in conflitto con questi ultimi, perchè accrescerà il loro stato di malessere e desiderio di violenza, e coinvolgendoti nel medesimo stato di malessere dissolverai anche ciò che di buono avevi sviluppato nel tuo cuore fino ad un momento prima. Conserva ciò che di bello hai dentro di te e semplicemente condividilo. Ed anche se è difficile, cerca di accettare chi ha un percorso diverso dal tuo e  con tempi diversi dai tuoi. Il rispetto e lo spazio che andrai a creare, non hai neanche idea dell’enorme aiuto che offrirà a quelle persone.
– se sei vegano, non devi per forza mangiare tutto ciò che contiene la parola vegan, e se non sei vegano non devi evitare per forza tutto ciò che ha la parola vegan. Non identificarti. Fa semplicemente ciò che ti va di fare, ma con consapevolezza. Il limite principale che sviluppiamo col cibo è l’identità di appartenenza a qualcosa di specifico, ci chiudiamo in quella identità percependola come confortevole, qualcosa di sicuro in cui rifugiarci, senza accorgerci che in verità si tratta di una prigione nella nostra mente le cui sbarre sono il giudizio verso l’esterno e l’attaccamento verso l’interno.
Il punto è: che tu sia vegano o meno, impara a leggere l’etichetta di qualsiasi cosa, che sia vegan o meno. Vegano non è sinonimo di sano e nemmeno ciò che non è vegano è sinonimo di sano. Ciò che è vegano non è sinonimo di cibo non sano, e nemmeno ciò che non è vegano non è vero che non possa nutrire. Ormai al supermercato si trova l’etichetta Vegan anche sulla farina di frumento, come se fino a prima fosse un alimento di origine animale e non vegetale. Ci trattano come degli idioti, vi rendete conto?

Prima diamo un taglio a queste identificazioni che ci mettono l’uno contro l’altro e prima ci accorgeremo di come l’economia ci manovra mentalmente.
Se vogliamo davvero cambiare le cose in modo positivo in quest’economia ed in questa società. Questi, a parer mio, lo dico per esperienza, sono i punti fondamentali per renderlo possibile nel migliore dei modi.
Rimango aperto e disponibile ad accogliere osservazioni e pareri sul contenuto di quest’articolo. La libertà di pensiero è un diritto inalienabile che abbiamo tutti.

Come finale di quest’articolo desidero citare due grandi lavori d’animazione di Steve Cutts. Il primo video mostra ciò che i vegani idealmente combattono, nel secondo video viene invece mostrata la condizione umana comune a cui appartengono gli stessi vegani. Nel secondo video consiglio di provare a immaginare che al posto del cellulare vi sia il marchio vegan e rendersi conto di cosa accade. L’identità è la prima causa di conflitto con noi stessi e chi ci circonda. I media utilizzano le nostre identificazioni per veicolarci verso il guadagno nelle tasche delle aziende: vegan e non-vegan.

Primo video:

Secondo Video:

Riflettete.
Grazie dell’attenzione.

Alexander Pincin

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